martedì, 29 settembre 2009
Io sposo molte cause. Un trionfo di marce nuziali ideali, direi quasi. La forza con cui le seguo è alterna e alternativa, sale, scende, ondivaga, fluttuante.
Non c'è parole abbastanza per quelle persone coerenti, dedicate, decise, sicure, devote ad una causa o più, gente con un senso della responsabilità anche nei confronti di se stessi, ammirevole.
Platone, caro vecchio amico di nottate insonni e bevute di cicuta per scherzo, non avevi ragione fino in fondo. L'origine del male non è soltanto l'ignoranza; c'è qualcos'altro, c'è la pigrizia, c'è l'indolenza, c'è il carostoviglie.
Comunque viva voi, dedicati, devoti, coerenti.
Una sola cosa vi chiedo: questa storia dell'essere "senza se e senza ma"....basta. Non buttateli via i se e i ma. Che infatti se c'è una cosa che non sopporto siete voi, che viva la coerenza, ma rinunciare al dubbio, alla distinzione, persino all'odiato distinguo (con parsimonia, signor Creedy), è una perdita incalcolabile.
E' come attentare alla biodiversità, come limitare il campo visivo, come negare la libertà d'opinione del consesso delle idee individue. Una perdita incalcolabile, perché non sai quanti e quali se e me potrebbero capitarti.
Prova tu, con la radice quadra. Non ce la fai.
Nemmeno a dividerla in colonna riesci, vedrai.
Incalcolabile.
Lo dice anche Topolanek.
martedì, 28 luglio 2009
- La consapevolezza non serve a niente, è la volontà che conta.
- Ne sono consapevole.
lunedì, 08 giugno 2009
In Danimarca Legoland, in Italia Legaland.
Ti vedo, che adesso cazzo vedrai non te la stuprano più tua figlia 'sti pezzi di merda del cazzo, che l'hai visto Gran Torino, però solo la prima metà e lo capisci quel Winchester bitubo e biturbo. Ah, vedrai, glielo faccio vedere io con il potere della matita elettorale copiativa, che adesso io voto uno con le palle, mica questa gente che non mi capisce, non vede, fa finta di non sapere che le tasse erano tutti soldi miei, porca puttana e adesso basta che ne abbiam piene le palle e siamo in troppi e dove li mettiamo dico io, e dimmi te se non devo poter fare quello che voglio e vengono a rompermi i coglioni per la faglia acquifera, ma io me ne sbatto.
Che poi, insomma, bisogna che la gente parli che si capisce, mica difficile e il politichese e la burocrazia e il porcodicazzodicane, che si capisce, pane al pane e vino al vino e se io ci ho la terza elementare giusto che anche lui, che a me comunque nessuno ha niente da insegnarmi e dev'essere chiaro. Che poi le cose, insomma son sempre andate in un'altra maniera e a me mi han tiraro su così e allora è così e dev'essere così per tutti, santo dio.
E finalmente un po' di disciplina, che dobbiamo riprenderci le strade e i ponti e tutti gli scioperati io non li voglio vedere in giro che è una vita che lavoro e la crisi, ma che cazzo di crisi, se uno vuole lavora, se non lavora è solo perché non ha voglia, e adesso anche mio figlio a scuola che va male, ma sarà quella cazzo di insegnante lì che non capisce niente, che poi il latino a cosa serve, dimmi te, e mi dice che sbaglia i congiuntivi, ma vaffanculo. E la sera, invece di ripassare, ronda, che lì sì che impari qualcosa intanto che gli insegni che la gente deve stare al suo posto la gente, perché noi non ci facciamo mica mettere sotto i piedi da nessuno, puttana ladra.
lunedì, 04 maggio 2009
Piove in Abruzzo.
Nadal domina Roma.
In Libia c'è chi buca i gommoni a schioppettate. Dite amici ed entrate.
Mastella è ancora candidato. Era stato previsto in Angeli e Demoni probabilmente.
Quasi muore Amy Winehouse. Ho detto quasi, fermi con quelle mani.
Vattimo parla. Ancora.
Davide Rebellin conferma e smentisce.
Il sacchetto ecologico non parte.
Barney Panofsky nuovamente assolto da tutte le imputazioni.
L'auto di Fabrizio non parte.
I Casalesi casalesano e i Corleonesi corleonano.
La riforma del codice civile. Occhio.
Franceschini eletto capoclasse.
Il comune di Roma progetta un parco di classe Eurodisney sul tema "antichi Romani". Russel Crowe strapperà i biglietti.
Un nuovo libro di Bevilacqua. E
Pandalikes non c'entra, mondoboia.
Soldati italiani uccidono una bambina in Afghanistan. Quale bandiera?
L'influenza suina non è più suina. Il macellaio esulta, ma piange.
Mike Bongiorno è triste e amareggiato. E vecchio.
Esce la versione ampliata di Neverwhere e Neil Gaiman gongola.
Douglas Adams è inspiegabilmente ancora morto.
Atene e Sparta giocano a Pictionary.
La gente mormora.
Il piatto piange.
Carta canta.
And the universe goes west.
venerdì, 06 marzo 2009
Oggi esce Watchmen, la trasposizione cinematografica di Watchmen. Un'opera fondamentale per tutti noi appassionati di fumetti. Il capolavoro di Alan Moore. Una pietra miliare nella storia della graphic novel. Il testamento della figura dell'eroe nel ventesimo secolo. Per noi che l'amiamo, è come un fratello, un padre, un figlio, un mentore. Vogliamo che nessuno possa farle del male, che sia ricordata ed amata come merita, desideriamo per lei solo il meglio. E allora c'è tanta paura mista a speranza nei nostri cuori, al vedere quel titolo sulle locandine dei cinemi circostanti. Questa confusione vogliamo capirla, razionalizzarla.
Ecco quindi, per voi e per noi, le ragioni per cui abbracciare quest'opera, in entrambe le due declinazioni semiotiche, quelle per cui rifiutarla, per farsi conquistare da lei o sfuggirla come una minaccia.
In questa operazione mi accompagnano gli amici Curioso, Uomo in calzamaglia e Fuma.
Cinque motivi per leggere Watchmen
1. Perché nel prossimo mese un sacco di gente ne parlerà, e vorrai mica fare la figura da cioccolataio?
2. Perché c'è un impressionante equilibrio tra tempo della narrazione e tempo di lettura, tra importanza icastica della vignetta e piani dell'immagine, e perché Gino Feluca manduca di roccia.
3. Perché è una splendida occasione per farsi un'idea di quanto sia difficile giudicare le persone, decidere se sono buone o cattive.
4. Perché, tu pensa, è divertente.
5. Perchè, con gli amici, puoi stare a parlarne per ore senza addivenire ad una posizione comune, in dialoghi accalorati e convinti, con tesi ardite ed elaborate.
Cinque motivi per non leggere Watchmen
1. Perché se non sei un lettore di fumetti e non conosci i supereroi, iniziare con Watchmen non è proprio il caso.
2. Perché i fumetti sono robe da bambini no? Vero?
3. Perché, ridi e scherza, ma è lungo e nemmeno troppo facile questo Watchmen.
4. Perché in questo libro non ci sono abbastanza figure ed è scritto troppo piccolo.
5. Perché a te un racconto su più piani narrativi convergenti, che esamina la condizione umana attraverso la decostruzione della figura e del concetto d'eroe, con un disegno magistrale, colpi di scena, agnizioni clamorose e ribaltamenti di ruolo non interessa. E ti capisco, guarda.
Cinque motivi per andare a vedere Watchmen
1. Perché non è diretto o co-diretto o scritto da Frank Miller. Insomma, non è Spirit.
2. Perché, cioè, i supereroi è un periodo che, figata, mi sbomballa una cifra, che storia.
3. Perché stasera c'è l'inaugurazione di quella pizzeria in centro e il cinema è lì a due passi, dai, si può fare.
4. Perché brucia in te lo spirito onnivoro del nerd e poi non vuoi rinunciare all'occasione di lamentarti di quanto faccia cagare rispetto alla Graphic Novel.
5. Perché al cinema subito dopo il calar delle luci, al primo istante di assoluto silenzio, spoilererai il finale.
Cinque motivi per non andare a vedere Watchmen
1. Perché è una splendida occasione per mollare gli amici e rileggersi il fumetto.
2. Perché è una splendida occasione per andare con gli amici e bersi una birra.
3. Perché è una splendida occasione per andare a vedere The Wrestler.
4. Perché è una pessima occasione per guardarsi tipo un film di Muccino, ma non ce la fai ad assistere allo scempio che sicuramente hanno fatto di un'opera così magnifica.
5. Perché il fumetto non l'hai mail letto, il trailer ti ha incuriosito, ma nel tuo cinema, vedrai, ci sono io che aspetto il primo istante di silenzio assoluto, spoilero il finale e poi fuggo ridacchiando in direzione del parcheggio.
lunedì, 09 febbraio 2009
Sono tempi di donne come fotocopiatrici e di attentati malcelati, catturati e poi negati. Quindi negati? Non so, l'abitudine è una brutta besti
a.
Se il vento è troppo forte, alza il bavero del cappotto.
E se la neve sul tuo tetto fa scricchiolare le travi, sarà meglio che tu salga con una pala, una scopa, una briscola e un tè caldo, per sbatterla giù dagli spioventi. Oppure la tua zuppa stasera saprà di Cortina, come non capitava da 'n pezzo.
You gotta be heartless if you wanna be hurtless.
Il problema del riscaldamento globale farà la fortuna dell'Eni? E lo risolveremo con una stufa globale? Il fotoriscaldamento globale? Avremo la maturità necessaria per un pannello di sughero globale?
Se Benito Jacovitti fosse vivo oggi, mi consiglierebbe di non parlare di lui nella mia tesi?
Dice che se non sai dove stai andando probabilmente hai troppe lacrime negli occhi. Eppure io non piango dal millenovecentotrentatette, anno da latte, anno mammario, annuario mammo, lunari, lunari nuovi, disse quel luminare che abbandonai regalando a tutti un disco scandinavo, ma non Super Trouper, banali.
Sai cosa? Sono schiavo della mia pigrizia e probabilmente condannato ad accontentarmi, se non precipitato all'indigenza idigesta del reader's digesta.
mercoledì, 31 dicembre 2008
Buon anno a Santra Nilo.
Buon anno a Santra Claus
Buon anno a Jeff Hardy, Chris Jericho e CM Punk.
Buon anno alla linea della vita e a chi la trova occupata.
Buon anno a George R. R. Martin.
Buon anno a Cristopher Norton ed Edward Lee.
Buon anno a quelli che vorrebbero farsi Mariastella Gelmini.
Buon anno ai Brutos.
Buon anno a Miracle Max, a Mad Max.
Buon anno a Dan Marino.
Buon anno a Mario Scaramella.
Buon anno alla Maddalena.
Buon anno a Rossella Scarano, Isabelle Blakendaal, Mariagrazia Gallù ed Alice Fassò. Grazie a Facebook non ho la minima idea di chi voi siate.
Buon anno al mio naso sparecchiante, ai miei addominali mai così svogliati, alla mia inalterata pigrizia indolente.
Buon anno ad Anna, che ogni trentun dicembre si lamenta del maschilismo.
Buon anno all'Olanda, e che mi dia retta o la raderò al suolo. Piatta piatta.
Buon anno a Londra, che forse forse...mah...vedremo.
Buon anno a Benito Jacovitti. Guarda giù.
Buon anno alla famiglia Pandolfo, che quest'anno, giuro, per davvero.
Buon anno a tutti quelli che sino al 2008 sono riusciti a ripetersi stancamente, ostinatamente, pigramente o felicemente uguali a se stessi e che presagiscono una svolta nel 2009, volenti o nolenti.
Buon anno a voi, perché io ne ho bisogno.
lunedì, 08 dicembre 2008
Il re Erode è passato a miglior vita.
Il re Erose è trapassato.
Il re Aveva Eroso è vicino. Prossimo direi.
venerdì, 14 novembre 2008
A Genova, quel Luglio del 2001 io non c'ero, ed in un certo senso me ne spiaccio ancor oggi. Perché era l'estate degli esami di quinta liceo, è stata l'estate della vacanza che quasi sicuramente rimarrà come la più bella della mia vita, avrebbe dovuto essere anche l'estate della passione politica, di una rabbia festosa giovanile e giovanilista, di una protesta che forse oggi si dimostra più vera e più valida di quanto meritasse il mio entusiasmo eversivo da diciottenne che pensa di saperla lunga.
Non ci andai perché come al solito non mi seppi organizzare, mi svegliai tardi e non riuscii ad aggregarmi a nessuno. Mi ricordo l'invidia per le immagini del corteo, la voglia di sentirmi parte di quel movimento che, ai tempi, mi sembrava una rassegna di puri di spirito, un esercito schierato senza eccezioni dalla parte giusta.
Poi la storia di Carlo Giuliani, le litigate sia con gli amici troppo disinteressati alla sua morte, sia con chi sosteneva e sostiene posizioni di beatificazione incomprensibile.
Ma soprattutto la Diaz, che nella mia mente faceva molta più impressione. Perché io delle forze dell'ordine avevo un'immagine fatta in una certa maniera. Ingenuo studentello che si affaccia all'adultità, credevo che sì, ci fossero i poliziotti corrotti e quelli coglioni, ma non che si potesse giungere a perpetrare una violenza gratuita, intimidatoria, vile, vigliacca, indiscriminata, come quella della Diaz. Leggevo stranito ed indignato le storie dei ragazzi italiani e stranieri, dei fotografi che nemmeno erano lì a protestare, pestati a sangue e costretti al canto fascista, colpiti e vessati da un odio politico indotto che non aveva ragione alcuna di essere.
Allora iniziai a pensare a mio padre, all'uomo solido e tranquillo che è, alla persona senza troppi slanci, responsabile, uomo di sacrificio, senza ideologie, che mi raccontava degli anni sessanta e settanta, delle proteste in fabbrica, dei coglioni sindacalisti che vendevano fumo fuori dalle fabbriche, degli eroi sindacalisti che si opponevano all'infiltrazione delle BR. Raccontava anche di scene a cui credevo con riserva, con il dubbio sempre pronto, di camionette della celere lanciate ai novanta all'ora in mezzo alla folla pacifica, per quanto in protesta, e di cariche provocatorie, di manifestanti presi praticamente in ostaggio alla ricerca della reazione della massa. Ma pensavo fossero cose di quei tempi là, che oggi, nel 2001, non sarebbero successe cose simili.
Caduto questo velo, l'indignazione saliva, saliva su forte fino alla gola. Dovevo esserci anch'io a Genova, cazzo, uno come me, che non ha mai danneggiato niente e nessuno volontariamente, che non ha mai commesso un crimine, che non guida se ha bevuto e non s'è mai fatto una canna. Se mi avessero detto "guarda che noi dormiamo in una scuola stanotte", avrei detto di no? Chissà...
Ma, pensavo, mica potranno passarla liscia questi qui. Il giorno dopo si sapeva tutto. Troppe testimonianze, troppe prove, troppa rabbia. Un crimine così disumano come la tortura, non sarebbe rimasto impunito. Pensavo. Sette anni fa.
Oggi la sentenza lascia quasi intonso chi ha ordinato il massacro. "Pagano solo gli operativi". Che è come dire che non paga nessuno. E vorrei andarci domattina tra le vie di Genova, a gridare in faccia a qualcuno con meno gioia e con più rabbia. Forse con meno speranze.
mercoledì, 05 novembre 2008
Se hai delle speranze per questo mondo, se ti interessa un minimo delle persone che hai attorno, se hai un po' di senso di giustizia, oggi non puoi non essere almeno timidamente felice della vittoria di Barack Obama. Lo vedi dire cose, parlare alla sua gente, lo senti affermare concetti di cui conosci la retorica. Sai che anche lui è un presidente degli Stati Uniti e che non potrà probabilmente sfuggire del tutto ai compromessi, alle lobby, al potere. Ti rendi perfettamente conto della portata di alcune delle sue promesse e temi che alcune, o molte, rimarranno nei discorsi della campagna elettorale.
Nonostante questo non puoi non gioire.
Perché Obama, se non è cambiamento, è speranza di cambiamento, e qualunque alternativa, qualunque altra scelta, a partire dalla sua collega Hillary Clinton, sarebbe stata un'opzione di continuità. Non con George Bush, probabilmente il peggior presidente degli Stati Uniti, certo che no, ma con l'impostazione reaganiana che essi hanno dagli anno ottanta sino ad oggi, con la politica estera del controllo delle risorse, della diplomazia armata, dell'agile leggerezza dello stato, della supremazia dell'economia sulla politica.
Obama ha parlato alle persone come negli USA nessuno facev dai tempi di Kennedy. Non solo, ma non li ha presi per il culo. Non ha avuto paura dei timori moralisti dell'America bacchettona, ha ammesso (horribile dictu) di essersi fatto qualche canna in gioventù. Non ha negato nè coperto le sue frequentazioni sospette o pericolose, le ha spiegate alla gente. Quando la sua avversaria alle primarie faceva la voce grossa sulla minaccia del terrorismo, puntando sui bassi istinti dell'elettorato democratico e non democratico, lui ha risposto il giorno dopo citando un ex-presidente, che raccomandava di scegliere sempre, tra chi prospetta un futuro di paura ed uno di speranza, il secondo, perché sarebbe senz'altro stato un candidato migliore. Citava un discorso di Bill Clinton. Capirete che queste sono cose da politico vero, di razza.
Certo, Obama ha ancora tutto da dimostrare. La sua figura incarna un sogno americano che per molti rimarrà una bugia, quasi uno schiaffo irriguardoso, addirittura di disprezzo. Deve raccogliere i cocci di una crisi e di due guerre, entrambe ancora in corso ed entrambe già perse.
Però non si può non guardarlo con affetto questo figlio di Kenyota, non si può non festeggiare questo cinque novembre, giorno della congiura delle polveri. Curioso no?
Non dimenticare il cinque novembre.